CHIESA
PARROCCHIALE DI S. CROCE:
L’attuale chiesa parrocchiale sorge nel cuore del centro
storico del paese, in piazza Umberto I, sulle rovine dell’antica chiesa di “S.
Croce” o di “S. Giovanni in Piazza”. La sua costruzione fu iniziata
nel 1569 dal Barone Carlo Gambacorta di Giampaolo, feudatario della terra di
Celenza e primo marchese di questa terra per benevolenza di Filippo II. Le due
preesistenti parrocchie dedicate a S. Stefano e a S. Nicolò, e i due preesistenti “cleri”, furono unite nella
nuova parrocchia dedicata alla S. Croce. La nuova e imponente chiesa fu
costruita col concorso del popolo, e il consenso di Mons. Giulio Gentile,
Vescovo di Volturara e Montecorvino. Il marchese si adoperò per farla terminare
nel 1571, venne poi inaugurata nel 1573.
L’iscrizione
lapidaria, posta a destra di chi entra, ci ricorda che fu consacrata il
13 luglio 1713 dal Card. Vincenzo M. Orsini, Arcivescovo di Benevento e Visitatore
Apostolico di Volturara, eletto papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII.
Nel corso dei
secoli l’edificio subì diversi restauri, ma la sua originaria fattezza fu
stravolta solo negli anni 70 di questo secolo. La facciata, rivolta a sud,
originariamente rispecchiava i canoni stilistici del romanico abruzzese.Il
rosone e le volute in pietra locale che raccordavano la romanella all’intera
facciata, sono originali. Attraverso quattro rampe di scala, in pietra locale,
con inferriate in ferro battuto, si accede al sagrato su cui si aprono le tre
porte di ingresso. Quella principale è ornata e sottolineata da un protiro,
elemento architettonico tipicamente romanico, con lesene scanalate, capitelli
corinzi e timpano.
La pianta
dell’edificio è a croce latina: un unica navata longitudinale, di 45 m di
profondità e circa 11 m di larghezza, racchiudeva tredici altari, tre centrali
e dieci nelle cappelle laterali. In seguito al restauro operato intorno al
1970, appena dopo la riforma liturgica, gli altari barocchi furono demoliti,
compreso l’altare maggiore in marmi policromi. Attualmente si possono ammirare
tre monumentali opere in pietra della seconda metà del sec. XVI che
arricchivano tre cappelle laterali, i due altari contigui al maggiore del sec.
XVIII e l’altare di S. Giovanni, sec. XVIII-XIX, in cui si conservano insigni
reliquie di martiri.
BALAUSTRA
- in bronzina locale, fatta scolpire dal Priore della Congrega del SS.mo Sacramento,
Antonio Russo nel 1683, divideva la zona del presbiterio dal resto dell’aula
liturgica. E’ composta da colonnine panciute, con agli angoli dei graziosi
acroteri specchiati, adorni di rilievi: al centro due cherubini
che sorreggono un ostensorio, alle estremità due rose
stilizzate e un calice. L’opera riprende canoni stilistici del cinquecento,
pur essendo di fattura tardo-secentesca.
LAPIDE
FUNERARIA - in marmo bianco, di forma rettangolare, racchiude in una cornice
circolare di ornati floreali l’icona in basso rilievo di un sacerdote a mezzo
busto. Dall’epigrafe posta in un cartiglio nella parte bassa si legge: “Pro
sacerdotibus tantum quorum exspensis conditum est - AD MDCLIV”. Era posta
ai piedi dell’altare maggiore e chiudeva l’ingresso alle sepolture dei sacerdoti
in un vano sottostante lo stesso altare.
S.
GIUSEPPE COL BAMBINO - scultura lignea firmata e datata dallo scultore
Giacomo Colombo nel 1701, operante a Napoli con il Solimena, nel vivido secolo
dei lumi. Rappresenta il santo a mezzo busto in atteggiamento contemplativo,
rivolto verso il Bambino benedicente, da lui sorretto con la mano sinistra,
mentre adagia la destra sul petto. E’ un opera pregevole, di interesse artistico
ed alta qualità espressiva.
IMMACOLATA - scultura lignea a tutto busto, di G. Colombo risalente al
primo ventennio del sec. XVIII. La Vergine è rappresentata come la donna dell’Apocalisse
(cfr Ap. 12, 1-4). Purtroppo l’opera non può essere ammirata nella sua originaria
franchezza, dati i molteplici strati di ridipintura a smalti.
ECCE
HOMO - scultura lignea a mezzo busto, d’autore ignoto, risalente alla
seconda metà del sec. XVII. Rappresenta il Cristo servo sofferente rivestito-beffeggiato
con i simboli della regalità umana. Apparteneva al Monastero delle Clarisse.
S.
GIOVANNI BATTISTA - scultura lignea a mezzo busto, d’autore incerto, forse
G. Colombo o qualche altro esponente della scuola napoletana del sec. XVIII.
Il precursore è rappresentato con la destra rivolta verso l’alto con il cui
indice indicherebbe la Via, l’Agnello da seguire e imitare. Magistralmente
scolpiti gli incarnati, con sobrietà e decisione oltre che trasmettere chiaramente
le virtù del santo, lasciano trasparire la fermezza di una mano ben esperta.
S.
GIORGIO - olio su tela, opera dell’artista veneziano G.Battista Siciliani,
come rilevasi dagli inventari dell’Archivio parrocchiale. Risale al sec.XVI.
Rappresenta S. Giorgio nelle vesti di un guerriero in sella a un cavallo bianco
rampante, in atto di liberare una principessa dalle fauci del drago. Unica
testimonianza resistita al famelico logorio del tempo dell’antica Badia di
S. Giorgio, voluta da Carlo Gambacorta di Giovanni nel 1522, prode guerriero
al servizio del Viceregno Spagnolo, così come suo fratello Angelo Cesare,
altrettanto valoroso guerriero distintosi nelle lotte contro i turchi, ne
volle una nel Duomo di Napoli, sempre dedicata al santo guerriero.
GESU’
ADOLESCENTE - olio su tela, d’autore ignoto di scuola napoletana della
seconda metà del sec. XVII. In un paesaggio fosco, dal cielo uggioso si staglia
la figura del Redentore, rappresentato nelle fattezze di un fanciullo. Sulle
spalle reca una croce, scala e lance e nella sinistra un paniere con gli attrezzi
per la crocifissione. Lo
sguardo è rivolto verso terra, come di chi triste e pensoso se ne va tuttavia
deciso per la sua strada, addossandosi un così grave fardello. L’opera è di
discreto interesse artistico e il soggetto insolitamente ricercato.
ASSUNZIONE
DELLA VERGINE - olio su tela firmata dall’artista di Oratino, Benedetto
Brunetti e datata 1665 (Benedictus Brunettus terrae Rotheni AD 1665). Il pittore,
morto nel 1698 è il maggior esponente di un gruppo di artisti, strettamente
legati al clima culturale della Napoli dei sec. XVII-XIX, operanti nelle fiorenti
botteghe oratinesi per i committenti dell’alto molise e della Capitanata.
Ha eseguito nel corso della seconda metà del seicento numerosi dipinti commissionati
in gran parte da comunità conventuali francescane. La pala d’altare rappresenta
la Vergine nel suo protrarsi verso il cielo, mentre nella parte sottostante
alcuni apostoli rimirano attoniti il sarcofago vuoto, altri interrogano le
scritture, altri invece estasiati si contentano di contemplare il mistero.
CROCIFISSIONE
- olio su tela d’autore ignoto, collocabile intorno al sec.XVII. Vi è rappresentato
Gesù morto in croce ed ai suoi piedi due uomini, molto somiglianti tra loro,
con abiti signorili tipicamente secenteschi. Il primo a sinistra di chi guarda
stringe nella destra un sasso, il secondo, avvolto quasi interamente in un
manto rosso, è invece in ginocchio e guarda implorante verso il Salvatore.
Si potrebbe interpretare questo soggetto pittorico come la rappresentazione
di una conversione, commissionata da un signorotto locale, oppure come l’affermazione
che, come dice S. Giovanni della Croce, al termine della vita saremo giudicati
sull’amore, sull’accoglienza del mistero della croce nella nostra vita. La
croce è metaforicamente indicata come bilancia che il giusto giudice userà
nel giorno del giudizio (si noti il sasso pendente dal braccio sinistro della
croce), ed il manto di colore rosso che avvolge l’uomo orante simboleggerebbe
la redenzione operata da Cristo sulla croce che raccoglie l’umanità che ha
cooperato nella sua libertà alla grazia divina.
BATTISTERO
- in bronzina locale, fatto scolpire dall’Arciprete dell’antica parrocchia
romanica di S. Nicola, Pasquale Di Leo, nel 1555, come si evince dalla iscrizione
sul fronte della vasca dello stesso battistero, venne trasferito nella attuale
parrocchia all’atto dell’inaugurazione. La vasca semisferica, incavata in
un quadrato sgusciato, si erge su un pilastro a pianta quadrangolare, finemente
decorato con figure
a basso rilievo, tra cui S. Nicola di Mira, l’Agnello dell’Apocalisse
ed il ritratto dello stesso committente, in abiti clericali del quattrocento
con ai suoi piedi un leone mansueto che ne ricorderebbe il cognome “De Leo”.
E’ un opera di notevole interesse storico ed artistico, data anche l’eleganza
nella esecuzione di diversi fregi a scanalature regolari. Tuttavia, pur essendo
stata realizzata in piena epoca rinascimentale, richiama piuttosto lo stile
e l’espressione sobria del romanico, indice questo di quanti ritardi trovava
l’arte o la maniera nuova per affermarsi nelle botteghe dei centri rurali.
PORTALE di Santa MARIA delle GRAZIE - in pietra
locale, era il portale d’ingresso della chiesa adiacente al monastero di S.M.D.
Grazie dei Padri Bottizzelli o del beato Pietro Gambacorta da Pisa, voluto
nel 1672 da Pietro Gambacorta di Andrea in memoria del suo beato antenato.
Nel corpo dei pilastri quadrangolari che sorreggono l’architrave sono due
rosoni a basso rilievo con ornamenti floreali stilizzati. Nei peducci corinzi
si stagliano due armi: a sinistra tre ferri di cavallo incastrati, rappresenterebbero
la pianta dell’epoca del nostro centro abitato, mentre a destra un leone rampante
con una croce, richiama lo stemma gentilizio della famiglia Gambacorta. Al
centro dell’architrave, fregiato alla maniera rinascimentale è la Vergine
in trono col Bambino, mentre ai lati due cherubini. La lunetta è cieca, decorata
con fregi e scanalature. Alla sommità un’altra arma con leone rampante e croce
di Pisa sulla testa. Attualmente si trova collocato all’ingresso che dal transetto
conduce alla sagrestia.